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Il caso della donna che dormiva sul tappeto

 
Ogni relazione tra viventi, qualsiasi essi siano, intra o extra specie, si sostanzia inevitabilmente su un qualche tipo di conflitto. Si potrebbe anzi affermare che la gran parte del lavoro terapeutico, qualsiasi sia la natura del disagio che contempla, si concentri proprio nell’aiutare il soggetto in difficoltà ad uscire dall’impasse del conflitto negativo che, per varie ragioni, ha maturato nella relazione con Sé, con l’Altro o con il Mondo e che, nello stato di malessere in cui versa, gli impedisce di continuare ad evolvere.

Come abbiamo già avuto modo di declinare in sedi più specifiche: non c’è evoluzione che non contempli un qualche tipo di conflitto e la cura terapeutica, per come la intendiamo, è quella particolare procedura che aiuta un soggetto, la cui relazione conflittuale si è snaturata volgendo in negativo, a far sì che ritrovi la strada del benessere, anzitutto offrendogli un modo di vivere la conflittualità non come condizione necessariamente negativa da esecrare e respingere aprioristicamente, né come soluzione usualmente distruttiva, dalla quale farsi trascinare per imporre le proprie ragioni; bensì, quale inalienabile dimensione -appunto- naturale che investe qualsiasi sistema organizzato implicato in un processo evolutivo.

Tra i vari luoghi della cura in cui il conflitto si fa più evidente, le relazioni di coppia in crisi hanno evidentemente un loro primato. La propagazione del disaccordo, che preambola il conflitto, è infatti direttamente proporzionale alla contiguità della relazione.

Se pensiamo al disaccordo come a una condizione di paralisi in cui due o più soggetti, gruppi o organizzazioni, legati da un qualche tipo di relazione, si trovano nell’impossibilità di procedere nella loro evoluzione (potremmo dire: “di operare una scelta”), viene facile immaginare come, proprio nella relazione di coppia, questa possibilità si faccia (anche statisticamente) più rilevante. Due azioni, a questo punto, vanno solitamente per la maggiore, entrambe controproducenti: o che una delle parti eserciti una forza persuasiva tale da ridurre l’altra alle sue ragioni; o che le parti accettino la paralisi, decidano, cioè, di non scegliere, di negare il disaccordo pur di evitare un conflitto che spaventa, magari perché se ne conosce solo l'esperienza negativa, non controllata e, quindi, si decide di non decidere, in poche parole: di non evolvere.

Il caso che qui vogliamo esporre presenta entrambe queste situazioni, dotando il conflitto di tutta l’ambiguità di cui sempre è carico e che, tuttavia, raramente palesa, sviati dal tentativo di distribuire responsabilità e colpe; mentre invece la gran parte dei conflitti, se ben osservati, restituisce tutta la sua natura relativista che, proprio nella cura, dovrebbe trovare la possibilità di allontanarsi dalla ricerca di ragioni e torti, per abbandonarsi al flusso delle emozioni ricostruttive.

Quando, dunque, i coniugi, che chiameremo Franca e Matteo, arrivarono in studio fu subito chiaro, ancora prima di iniziare, la grande distanza che da tempo li separava: lei una donna trasandata, di un’età indistinguibile e chiaramente torturata da una sofferenza che non faceva nulla per nascondere; lui -invece- un uomo fin troppo curato, dall'aspetto ostentatamente giovanile, con una smorfia di beffarda indifferenza e un olezzo di profumo che ne anticipava l’arrivo e permaneva in studio anche ore dopo la loro dipartita. Quando, poi, iniziarono a raccontare la loro storia, la distanza si fece, se possibile, anche più palese.

Mentre Matteo se ne stava in silenzio, guardandosi attorno tra il disorientato e il disinteressato, Franca iniziò a raccontare come, dopo la nascita della figlia (Marta, all’epoca 14 anni), i due non avevano più avuto alcun tipo di rapporto sessuale, mentre il resto della relazione si era, poco a poco, ridotta a pure comunicazioni di servizio.

Si tratta di un inciampo fin troppo ricorrente nelle coppie e, soprattutto, nelle coppie costituitesi, paradossalmente, dopo la cosiddetta “rivoluzione sessuale” degli anni Sessanta (abbiamo approfondito in altri articoli questa riflessione che qui non abbiamo spazio per delineare) ma, nel caso di Franca e Matteo, la questione sembrava avere origini estranee all’arrivo della figlia anche se, ovviamente, la nascitura l’aveva amplificata.

Franca accusava Matteo di averla da sempre trascurata, fin dalla prima notte di nozze, che lui aveva trascorso al casinò “Con chissà chi”, per una luna tutt'altro che di miele. Matteo, naturalmente, respingeva ogni accusa, sostenendo, invece, la subdola malvagità manipolatrice di Franca che quella notte, come sarebbe accaduto molte altre volte, si era giocata uno dei suoi mal di schiena, di testa, di stomaco, per evitare (diceva lui) di avere rapporti. Franca, allora, riportava una serie più o meno infinita di diagnosi che conclamavano il suo stato di fragilità psicofisica a cui lui ribatteva accusando i medici (“tutti di cliniche private”) di complicità… e, insomma, via nell’infinito scambio delle reciproche diffamazioni.

Questi conflitti, a volte anche molto accessi e pesanti, si erano alternati con un loro insano equilibrio che aveva tenuto più o meno tutto stabile, fino alla nascita di Marta che, invece, col suo arrivo e suo malgrado, aveva generato nuove possibilità di alleanze e, di fatto, nuovi possibili giochi e scontri.

Spesso, purtroppo, la coppia ricorre al concepimento di un figlio come estremo tentativo (più o meno inconsapevole) di salvarsi dalla crisi, mentre invece la natura del figlio, se la coppia non è più che solida, è quella di accendere o amplificare il conflitto e, laddove c’è: la crisi. La gerarchia dei rapporti che garantisce il benessere generale della famiglia (compresa la sana crescita dei suoi cuccioli), malgrado tutti i proclami pseudo psicologici e pseudo pedagogici, è che l’alleanza e la complicità coniugale deve avere la meglio sull’alleanza del rapporto genitoriale, il che non significa ovviamente maltrattare il figlio o relegarlo in secondo piano, anzi.

Franca racconta che, dopo la nascita della figlia, le discussioni si spostano nel cuore della notte, quando lei deve alzarsi ad allattare la bambina e Matteo va su tutte le furie: perché si sveglia, perché al mattino deve alzarsi presto, perché lei non è capace di fare le cose in silenzio, etc. Così, Franca, per evitare discussioni, inizia a dormire sul tappeto accanto al letto.

Matteo ovviamente non è d’accordo con questa versione dei fatti e, anzi, sostiene, di aver passato in quel periodo gli anni più terribili della sua vita, grazie “Ai tuoi vittimismi, ai tuoi piagnistei, che non facevano altro che farmi sentire in colpa.”. E ancora: “Non ti ho chiesto io di dormire per terra per tutti quegli anni. Ma quando ti chiedevo di dormire a letto, cosa dicevi?”.

Anna diceva che andava bene così, che stava bene così: “Almeno non c’era da gridare tutte le notti e Marta non si svegliava piangendo.”.

Poi a un certo punto, Matteo aveva detto basta e i due si erano costruiti una loro vita da separati in casa, più di quanto non avessero fatto fino a quel momento. Erano cioè saltate le cosiddette “regole formali”, quelle che, fino a quel momento, avevano spinto entrambi a rincasare ogni sera, ad avvertirsi di eventuali ritardi, a collaborare al buon funzionamento della loro piccola comunità.

Tutto questo era sparito o, per meglio dire, era sparito per Matteo, perché Franca, animata da un forte spirito religioso, era rimasta paralizzata in un limbo di sola sofferenza: impossibilità anche solo a pensare al divorzio e, men che meno, a cercare fuori dal matrimonio un qualche tipo di felicità alternativa.

Per anni aveva sperato che lui la facesse alzare da quel tappeto, che le chiedesse di tornare a letto con lui: “Ma non a parole, come dice lui. Ma trattandomi come una persona, smettendo di umiliarmi.”.

Così avevano passato gli ultimi quattordici anni: lui ad assentarsi sempre più spesso, lei a dormire sul tappeto ogni volta che lui rincasava. Poi era scoppiato il bubbone.

Marta aveva scoperto il padre intrattenersi su qualche chat erotica, cosa che l’aveva gettata in una profonda crisi (tanto da non volergli più parlare) e aveva costretto Franca a uscire da ogni ipocrita finzione e a prendere provvedimenti “salva faccia” con conseguente messa al bando di Matteo.

La separazione era stata, tuttavia, temporanea perché, poco dopo l'uscita del marito, un tumore al seno aveva gettato Franca nel gorgo della chemioterapia e, diceva Matteo: “Obbligato me a tornare.”.

Quando arrivarono in studio Franca aveva appena finito il sesto e ultimo ciclo di chemio, dopo la dovuta mastectomia.

Ho voluto descrivere con una certa dovizia di particolari questo caso, perché, mai come per questa storia, è fondamentale avere sufficientemente chiaro il suo evolversi per comprenderne il trattamento terapeutico, poiché lì sta, a mio avviso, il segreto per potersene prendere cura e, di fatto, la sua positiva conclusione.

Nei casi come questo, infatti, ciò che maggiormente rischia di minacciare il successo dell’intervento, è la tentazione, per quanto naturale e a volte legittima, di pensare che l’uno o l'altro dei contendenti sia, in qualche modo, la vittima e che, quindi, possa rivendicare un qualche tipo di ragione.

In fondo sarebbe facile pensare a Matteo come il carnefice perfetto e a Franca -appunto- nella veste di vittima. Lui l’abbandona la prima notte di nozze perché lei non può avere rapporti, lei accetta per anni di dormire sul tappeto per non infastidirlo, lui la tradisce, lei non ce la fa a lasciarlo, lui la tratta male, lei si ammala di tumore…

In una lettura sistemica dei fenomeni, carnefice e vittima vanno invece considerati come un oggetto bifronte, che può esistere solo in un rapporto di interdipendenza, dove ognuno è il risultato dell’altro -soprattutto in termini di gestione del potere che ogni ruolo esprime e di gratificazione che ne riceve, come ci racconta Hegel, quando definisce il potere una medaglia a due facce in cui una faccia è determinata dal possedere il potere e l’altra dall’esserne del tutto priva. Osservata da questa specula, la vittima non ha meno potere del carnefice (ha il potere di non avere alcun potere), come testimonia Matteo che, con la sua dose di carnefice cinismo dice: “Il tuo tumore mi ha obbligato a tornare.”.

Ogni approccio terapeutico deve necessariamente osservare il fenomeno che indaga da molteplici angoli di osservazione per offrire al soggetto in disagio una pluralità di possibilità interpretative che a lui evidentemente difettano avendo scelto il malessere come unica lettura.

Nel caso specifico delle relazioni di coppia, ogni comunicazione, ogni comportamento si configura in un vicendevole stimolarsi e contaminarsi che, come in questo caso, impedisce di definire chi ha ragione e chi torto. Per questo il terapeuta deve guardarsi bene dalla tentazione di fare il giustiziere. Egli, infatti, non disciplina la giustizia, non è Zorro ma, semmai, Bernardo, il servo muto di Zorro che, con il suo fare silenzioso, accompagna le parti a ritrovare la strada di un possibile benessere. Astenersi dal giudicare, in questo caso è la cura.

Così procedemmo con Matteo e Franca in un denso percorso, ovviamente verso la separazione: che andava accettata da lei e gestita con civile attenzione e rispetto da lui, riconquistando al contempo la relazione con la figlia che, anch’essa coinvolta nel percorso, con sedute individuali, espresse tutta la sua rabbia, non solo nei confronti del padre carnefice, ma anche nei confronti del passivo vittimismo della madre, restituendo così, con il suo sguardo terzo, l’immagine bifronte da cui eravamo partiti.

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