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Il caso del bambino indemoniato

 
“Nostro figlio è indemoniato,” così esordì una simpatica coppia, entrando nel mio studio un giorno di primavera. 

Il posseduto è Enea, un piccolo esserino di quasi quattro anni che, da diversi mesi, impreca amabilmente, sconfinando un paio di volte in accenni di blasfemia. 

I genitori, due quarantenni credenti e praticanti, nonostante una certa dose di ironia (che li aiuterà non poco), erano ovviamente più che preoccupati e, dopo diversi falliti tentativi di dissuasione, avevano pensato di farsi aiutare, in parte perché il fenomeno era in aumento e in parte per capire se nascondesse altro. 

Come mia abitudine, in tutti i casi che coinvolgono soggetti che non presentano problematicità organiche conclamate (soprattutto se bambini), cerco in prima istanza di capire se è possibile operare coinvolgendo l’universo affettivo e relazionale a loro contiguo: la famiglia e i genitori in primo luogo, attraverso una terapia indiretta, affinché siano loro ad agire (almeno inizialmente) sul sintomo. 

Infatti, in questo, come in moltissimi altri contesti, è bene non problematizzare il soggetto che manifesta il disagio, facendone cioè il centro di un caso che chiama a chissà quali problemi psicologici. Potremmo dire, per usare un sorridente paradosso particolarmente calzante con la storia di Enea che: “non si deve demonizzare il soggetto che presenta manifestazioni demoniache”. Il rischio, infatti, è quello dell’etichetta, che è spesso più pericolosa di qualsiasi disfunzione, anzi: rischia di creare la disfunzione laddove non c’è e, laddove c’è, di radicalizzarla. Certo, non esiste una sola ricetta per cucinare il pollo; vedremo, infatti, in altri casi, come, invece, “la cura del pollo” stia proprio nel demonizzarlo -insomma, ogni storia fa storia a sé ed è bene studiarla con attenzione per capire come intervenire. 

Nel caso di specie, i bambini dell’età di Enea che giungono dal mondo pre-letterale della primissima infanzia, sono particolarmente ghiotti di parole e, soprattutto, di parole accompagnate da un incisivo paraverbale (ossia il suono, l’intonazione, il ritmo, il colore che diamo al nostro eloquio). Essi, proprio perché non conoscono il linguaggio, capiscono meglio di noi la sua potenza e quando dicono “acqua” e l’acqua viene a loro, avvertono tutta la magia della parola che noi purtroppo abbiamo dimenticato. Inoltre, a differenza di quel che spesso si crede, non è il verbale (quel che si enuncia) a dare realmente corpo all'atto comunicativo, ma proprio il paraverbale (insieme al non-verbale: gesti, contesto, etc.). Così, potreste passare sette giorni su sette a gironzolare per casa sussurrando la parola “gnoseologico” che nessun bambino (o quasi) la ripeterà, ma siate pur certi che il primo “porca troia” che vi scappa, perché vi siete pestati un dito col martello, entrerà di filato nel vocabolario del vostro pargolo.

Se il verbale presenta il contenuto di un messaggio e il non-verbale gli dà un senso, è il paraverbale che lo caratterizza, dando emozione e spessore a quel contenuto e a quel senso. Per questo, soprattutto i bambini che più di altri vivono a contatto con le emozioni, ne avvertono gli influssi.

L’altro elemento da non demonizzare, è l’oggetto stesso di questa riflessione, le cosiddette “parolacce”. 

Capiamoci bene. Non demonizzarle non significa che vadano incentivate o che, con nonchalance, i genitori debbano intercalare con volgarità di vario genere le loro comunicazioni. Semplicemente, vanno considerate per quello che sono: potenti forme del linguaggio, particolarmente efficaci per esprimere emozioni primarie come: la rabbia, il disgusto, il dolore. Forme che, per altro, il bambino prima o poi incontrerà nel suo processo di crescita e, allora, sarà bene che ne conosca davvero la potenza, per decidere se utilizzarla con proprietà laddove occorre o decidere di farne a meno ma, in un modo o nell'altro, neutralizzandone gli effetti negativi (come l’insulto, la volgarità fine a se stessa), non lasciandosi, cioè, impropriamente affascinare dalla sua potenza incrementata dall'attrazione del proibito. In altri ambiti questo approccio si chiama: “riduzione del danno”, ovvero la conoscenza e la frequentazione consapevole come strumento preventivo. 

La parolaccia può essere una speciale detonazione che aiuta a fare implodere i nostri eccessi emotivi (negativi o positivi che siano), comunicandoli (e, quindi, condividendoli) con forza al mondo. Tali implosive esplosioni, attraverso il vigore espressivo e la condivisione, hanno la capacità di far defluire le forti energie che le emozioni a volte generano, contenendole in un range psicologicamente sostenibile,. 

Il problema delle parolacce è semmai il contesto in cui possono o meno essere usate, ed è questo che va insegnato ai bambini, quando tale fenomeno di interazione col mondo fa la sua comparsa nel loro repertorio espressivo. 

La famosa sequenza cinematografica di un indimenticabile Ugo Fantozzi che, picchettando una tenda in piena notte in un campeggio occupato da energumeni tedeschi, si pesta il dito e corre all'impazzata ad imprecare -lontano- il suo dolore, bene restituisce quanto appena detto: a volte il turpiloquio serve, bisogna però trovare il luogo adatto per esercitarlo. 

Fatte queste premesse, che sono condivise in diverso modo con gli stessi genitori, torniamo al nostro Enea e al suo particolare repertorio linguistico. 

Dal punto di vista terapeutico ha poca importanza capire la fonte da cui Enea trae ispirazione, come i genitori in un primo momento tentarono di fare. Il più delle volte, infatti, avremo genitori che dicono di non usare assolutamente questo linguaggio e contorni educativi e affettivi che giureranno lo stesso, ma anche laddove si trovasse “la fonte” a poco servirebbe al fine di “esorcizzare” il piccolo Enea -per inciso, anni fa mi capitò di intervenire in una scuola privata ad impronta cattolica dove il virus della blasfemia si era diffuso come forma di bullismo e alcuni ragazzi obbligavano altri ad imprecare; durante le diverse manovre per affrontare il caso, scoprii che la scuola ospitava un vecchio pappagallo che aveva imparato a bestemmiare (la fonte?). Insomma, queste parolacce da qualche parte saranno pur arrivate all'orecchio del bimbo (ipotizziamo sia stato un pappagallo), il problema è come interrompere questo flusso o, quantomeno, contenerlo. 

Eliminata la ricerca della fonte, ci concentrammo dunque sul fenomeno in quanto tale e, partendo dai presupposti teorici su esposti, immaginammo che l’innesco potesse essere rintracciato nella reazione dei genitori, secondo questo schema: Enea sente alcune parolacce, ne percepisce la potenza attraverso la tensione paraverbale, le cattura e, del tutto appropriatamente, ne sperimenta l’uso in famiglia (tutti gli animali portano, in segno di riconoscenza, le loro prede a chi li ama -avremo modo di approfondire in questo blog come questo aspetto incide tra gli umani), scoprendo che l’effetto è altrettanto dirompente -e, quindi, sentendosi egli stesso potente. 

I genitori, infatti, di fronte alle parolacce del bimbo si agitano, si preoccupano, gli prestano più attenzione, cercano di spiegargli, lo sgridano ma, paradossalmente, più loro cercano di dissuaderlo, più lui aumenta i suoi strani esercizi logopedici. 

Ci sono casi in cui buttare acqua sul fuoco non fa che alimentare la fiamma, si può allora pensare di spegnere il fuoco aumentando esageratamente la legna. E’ questa la metafora con cui introduco ai genitori di Enea quello che vorrei che facessero. 

La somministrazione del compito, degli homework che i genitori dovranno eseguire a casa, è un momento delicato dell’intervento poiché, dalla sua buona consegna, dipende ovviamente molto della sua buona riuscita. Va accompagnato, dunque, con attenzione, anche perché spesso, come in questo caso, si basa su un presupposto illogico che, proprio perché irrazionale, esprime tutta la sua efficacia coincidendo con l’atteggiamento irrazionale che, di fatto, esprime il bambino. 

“Vorrei, allora, che quando Enea inizia a fare il suo show, voi lo prendiate davvero come tale e, invece di cercare di fermarlo, di sgridarlo o quant'altro, lo incentiviate a proseguire, anzi: a fare di più, battendo le mani e incoraggiandolo a dire parolacce peggiori.”. 

I due, come spesso accade mi guardano allibiti. Pensano, ma non dicono: “Ma come, siamo venuti per farlo smettere e questo ci dice di incoraggiarlo?”. Però, a questo punto della seduta, hanno capito il meccanismo e, per quanto sorprendete, gli è chiaro dove l’esercizio vuole andare a parare. 

E’ in questi casi che si rivela particolarmente importante la modalità di conduzione della seduta, proprio perché accompagna, passo passo, i soggetti coinvolti nella costruzione del compito, a volte strano, che alla fine dovranno eseguire e che sarà tanto più efficace quanto più lo svolgeranno alla lettera e credendoci. 

Rivedo i genitori di Enea quindici giorni dopo questa prima seduta e, come il più delle volte accade, il compito è stato cosi efficace che non ci possono credere. 

Raccontano di aver fatto quanto stabilito insieme e che la reazione di Enea è stata divertentissima perché non sapeva più cosa fare. Utilizzando il sistema di incentivare la richiesta dicono che il fenomeno si è infinitamente ridotto. Enea ogni tanto ci prova ancora, ma subito la richiesta di esagerare lo scoraggia e si ferma. 

Mi congratulo con loro e gli chiedo, tuttavia, di non fermarsi, perché è importante, a questo punto, andare fino all'estinzione del fenomeno. 

E’, infatti, rilevante, per capire se il sintomo nasconde altro, portalo alla sua conclusione e, nel frattempo, accompagnare i genitori a gestirlo pedagogicamente, affinché non si ripresenti. 

Così, nei due incontri successivi, mentre Enea veniva progressivamente abbandonato dal demonio che lo possedeva, accompagno i genitori a riflettere sugli aspetti profondi dell’accaduto e a generare i necessari anticorpi educativi che gli permetteranno di trasformarlo in apprendimento per gestire in autonomia il processo di rafforzamento e eventuali situazioni simili che si dovessero presentare in futuro. 

L’ultima immagine che mi regalano, prima di salutarci, è quella della resa definitiva di Enea che, di fronte all'ennesima richiesta dei genitori di esagerare esclama: “Ma io sono piccolo, non conosco parolacce più brutte!”.

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